Come è nata "Fragili appartenenze"

A volte un’opera nasce da una mancanza.
Altre da un bisogno che preme dentro, silenzioso ma insistente.
“Fragili appartenenze” è nata così:

dal desiderio di raccontare l’appartenenza come qualcosa di imperfetto, vulnerabile… e proprio per questo autentico.

Due corpi si cercano, si stringono, si fondono.
Non sappiamo chi siano. Non ci servono nomi.
I volti si dissolvono verso l’alto, come se l’identità fosse qualcosa che si disperde nell’incontro con l’altro.

Le crepe sul corpo non feriscono. Raccontano.
Sono memoria, esperienza, passaggi.
In ogni frattura c’è la storia di ciò che siamo stati e il coraggio di restare.
In ogni colore, la tensione tra presenza e dissolvenza, tra trattenere e lasciare andare.

Ho dipinto quest’opera in un momento in cui sentivo forte il bisogno di rimettere al centro il contatto.
Non quello perfetto, ma quello fragile.
Non quello che definisce, ma quello che si lascia attraversare.

In un mondo che ci spinge a difenderci,
questi due corpi si offrono.
E si appartengono — nella loro fragilità.

 

“Non creo oggetti, ma una presenza. 

Fragile. Viva.

Se la senti, ti appartiene”.

 

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